La lezione anglosassone
“Erst sparen, dann kaufen”, “prima risparmiare, poi comprare”, è una delle massime della Scuola ordoliberale del pensiero economico tedesco. “Senza esagerare” è la postilla aggiunta l’altroieri – un po’ timidamente e senza troppe speranze – dall’Unione europea, quando la Commissione ha deciso di avviare “un’analisi approfondita” sullo smisurato surplus delle partite correnti (cioè l’eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni) di Berlino. Leggi anche Bruxelles all'Italia: "La Legge di stabilità va modificata"

“Erst sparen, dann kaufen”, “prima risparmiare, poi comprare”, è una delle massime della Scuola ordoliberale del pensiero economico tedesco. “Senza esagerare” è la postilla aggiunta l’altroieri – un po’ timidamente e senza troppe speranze – dall’Unione europea, quando la Commissione ha deciso di avviare “un’analisi approfondita” sullo smisurato surplus delle partite correnti (cioè l’eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni) di Berlino. Tuttavia due settimane fa, prima di Bruxelles, sono dovuti intervenire in forma ufficiale gli Stati Uniti per ricordare alla Germania che gli attori principali dell’economia-mondo hanno pure il dovere di badare agli effetti esterni delle loro scelte domestiche. E questa è un po’ l’ultima lezione, in ordine di tempo, che la leadership dei paesi anglosassoni ha impartito a quella del Vecchio continente, frastornata da una recessione più lunga del previsto e spesso ripiegata sul proprio ombelico. Perciò è stata Washington, non Parigi o Roma, il 30 ottobre scorso, a mettere nero su bianco che “l’andamento anemico della domanda domestica tedesca e la dipendenza dalle esportazioni hanno ostacolato il processo di riequilibrio, in un momento in cui molti altri paesi dell’euro sono sotto forti pressioni per limitare la domanda e comprimere le importazioni così da promuovere un aggiustamento macroeconomico”.
E ancora ieri, in Europa, le notizie migliori venivano quasi tutte dalle isole anglosassoni. L’Irlanda, che quest’anno dovrebbe crescere dello 0,3 per cento e l’anno prossimo dell’1,7 per cento, ha annunciato che potrà presto fare a meno del programma di salvataggio messo in piedi tre anni fa da Commissione Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. Dopo una cura da cavallo in cambio di un prestito di quasi 70 miliardi, Dublino tornerà a finanziarsi direttamente sul mercato, senza nemmeno uno scudo precauzionale messo a disposizione da Bruxelles o da Francoforte. Come per chiarire: con questa Europa matrigna per ora abbiamo dato.
Altra isola anglosassone, altra buona notizia: sostiene Mark Carney, banchiere centrale inglese che il governo di Downing Street alla fine del 2012 si è andato a scegliere in Canada, che “per la prima volta da molto tempo, non devi essere per forza un ottimista per vedere il bicchiere mezzo pieno”. Il Wall Street Journal, non a caso, ieri titolava sui “sentieri divergenti” dei banchieri centrali: da una parte la Bank of England ragiona sulla possibilità di avvicinare nel tempo l’aumento dei tassi, la Bce invece non esclude nuove scelte espansive per ricacciare indietro lo spettro della deflazione. L’Eurozona infatti è di nuovo nella stagnazione: nel terzo trimestre, il pil dei paesi con la moneta unica è aumentato soltanto dello 0,1 per cento. Le speranze di una ripresa un po’ più vigorosa, dopo il più 0,3 per cento del secondo trimestre del 2013, tornano a farsi evanescenti.
Italia e Francia perdono colpi nella produzione di ricchezza, il pil è sceso in tutti e due i paesi dello 0,1 per cento. La Germania invece è cresciuta dello 0,3 per cento tra luglio e settembre, comunque meno del trimestre precedente. Perciò il presidente della Bce, Mario Draghi, non poteva essere in posizione più diversa da quella del collega di Londra. Carney infatti fronteggia una disoccupazione che nel Regno Unito è scesa al 7,6 per cento (il minimo da 4 anni) e un’inflazione al 2,2 per cento (non lontana dal target del 2). Eppure non ha evitato di accentuare la postura già espansiva del suo predecessore, annunciando “che la Banca comprerà qualsiasi titolo per il quale sia possibile valutare il rischio”, come ha sintetizzato Fabrizio Galimberti sul Sole 24 Ore. Perché alla radice della rimonta inglese di questi anni c’è un sapiente e pragmatico mix di politica monetaria espansiva e politica fiscale restrittiva. Si stampa moneta, mentre si limano le unghie allo stato e si chiede ai privati di tornare protagonisti, perfino nella fornitura dei servizi di welfare. Il governo conservatore di David Cameron, come ha detto ieri al Corriere della Sera l’ex cancelliere dello Scacchiere dell’èra Thatcher, Nigel Lawson, “ha avuto successo nel mantenere il piano A, cioè la riduzione del deficit pubblico attraverso meno spesa. Aveva ereditato un debito pubblico e un debito delle famiglie troppo alti, ma ora la fiducia è tornata, l’economia ha buone prospettive, migliori che nel resto d’Europa”. Così il paese crescerà dell’1,4 per cento quest’anno e dell’1,9 nel 2014, mentre l’Eurozona si ferma a meno 0,4 nel 2013 e a più uno l’anno prossimo.
La Banca centrale continuerà a essere interventista pure oltreoceano, almeno fino a che sarà necessario. Ieri, di fronte alla commissione Bancaria del Senato statunitense, Janet Yellen ha perorato la causa del Quantitative easing introdotto da Ben Bernanke, governatore uscente della Fed. Tassi di riferimento quasi a zero e massicci acquisti di asset (85 miliardi di dollari al mese) hanno dato “un contributo significativo alla crescita economica”. Né la Yellen, una volta preso il posto di Bernanke, intende rottamare quell’approccio: “La disoccupazione è scesa dal picco del 10 per cento, ma il 7,3 per cento di ottobre è ancora troppo alto. Per queste ragioni la Fed sta utilizzando i suoi strumenti di politica economica per promuovere una crescita più robusta”. I maliziosi, a questo punto, ribadiranno che gli anglosassoni hanno dato al mondo i più fini teorici del liberismo, salvo poi esportarne altrove le idee e applicarle con parsimonia in patria. Possibile, fatto sta che mentre negli Stati Uniti si continua a stampare moneta, l’Amministrazione Obama porterà quest’anno il rapporto deficit/pil dal 7 al 4 per cento, cioè il livello più basso dal 2008. Segno che perfino chi non si tormenta con Patti più o meno stupidi deve comunque porre un freno al fardello per le generazioni future.
Nell’Europa continentale, invece, sembra esistere al momento un solo paese dotato di classe dirigente informata e determinata a sufficienza per incidere sul medio periodo. E questo paese è la Germania, il cui establishment – anche in vista della crisi demografica che verrà, come ha scritto Francesco Galietti sul Foglio di ieri – tutela il suo tesoretto commerciale e sgonfia il debito pubblico. Visione profonda nel tempo, quella tedesca, ma ristretta nello spazio. Così oggi Berlino frena sull’Unione bancaria europea che metterebbe fine alla frammentazione dei mercati finanziari, mette la sordina alle liberalizzazioni domestiche che potrebbero aprire il paese ad aziende di altri stati membri dell’Eurozona, in soldoni procede spesso per conto suo. Perdipiù all’interno di un’Europa un po’ schizofrenica. Che da una parte accetta di farsi giudicare dall’esterno dai mercati – ricordate lo spread? – perfino con una mano legata dietro la schiena, quella della politica monetaria. E che dall’altra cerca a ogni piè sospinto, all’interno dei confini nazionali, di ostacolare quegli stessi meccanismi di mercato.
Così mentre il Regno Unito stampa moneta senza l’ossessione dell’inflazione e poi privatizza Royal Mail, noi invece ossequiamo la totale indipendenza della Bce (come nemmeno nei manuali di economia) e poi usiamo le Poste per salvare le aziende decotte. Mentre gli Stati Uniti cavalcano la rivoluzione manifatturiera andando a trivellare in ogni dove per cercare lo shale gas, italiani e francesi invece scioperano contro le aperture domenicali. E infine, mentre da noi Parlamento e governo cambiano nome all’Imu, deve arrivare Washington per ricordare a tutti che la Germania non è una monade isolata ma vive all’interno di una comunità economica, politica e culturale. A ciascuno la sua ortodossia.